Patagonia3, quando il trekking si fa duro (El Chalten, El Calafate, Torres del Paine)


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Published: February 13th 2016
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Arriviamo ad El Chalten belle fresche, dopo la notte alla gelida stazione di El Calafate. Il tempo fa schifo. Freddo, pioggia, grigio. Il vento patagonico soffia abbastanza da produrmi rasta, ma non da caricarsi le nuvole. È la vigilia di Natale, e che vigilia sarebbe senza casa Turriziani? Breve collegamento skype, giusto il tempo di sentirsi 3/4 litigate familiari, beccarsi la dovuta dose di insulti e salutare zii e cuginetti, appollaiati uno sopra all'altro di fronte allo schermo. Ma il Natale speciale non finisce qui. Perché se un destino c'è, quello che ci lega è assistere assieme ad alcuni degli spettacoli più belli della terra...e dopo il Nepal, ecco le Zie! Con una settimana di anticipo rispetto al previsto, mi si parano davanti all'improvviso, capeggiate dall'ing. Franchi ed un manipolo di baldi giovani del nord. Ma non c'è tempo da perdere, così come ci siamo lasciate ai mistici sentieri dell'Annapurna, ci troviamo pronte per le Ande. È Natale, ma neanche il bambinello può fermarle. Se hanno deciso che si parte, si parte! Freddo, pioggia, nebbia. Si va al Cerro Torre. La zia Carmen, che ha fatto il militare a Sassuolo, guada i sentieri inondati con tenacia da marines, mentre la zia Franca aspetta le giovani rimaste indietro per rifornirle di barrette e sali minerali. Sono 9 km solo andata tra neve e nebbia, il cielo è coperto ma stavolta la sfiga si distrae ed apre uno spiraglio non appena arriviamo a destinazione. Cinque minuti di vette, laguna e ghiacciaio che ripagano le ore di cammino. Si torna a casa felici, febbricitanti e non so con quali piedi, visto che i miei sono insensibili da circa 3 ore. Un bel riscaldamento per la Laguna de los Tres. Stavolta sono 10 i km solo andata, con il km finale che non è una semplice salita, è una reppa! Il cammino non finisce mai, si perdono liquidi, energie nelle gambe, motivazioni. E poi arrivi in cima e c'è un'ultima salita, ribattezzata dei Santi. Quanti ne cadono dopo che ti arrampichi da un'ora, arrivi e trovi un'altra morena. Ma poi lo spettacolo toglie letteralmente il fiato. A quelli che ne hanno ancora un briciolo. Gi altri, adieu! Una delle cose più belle mai viste! Arriviamo alla spicciolata, arriva persino Sara, con le vesciche fino alle ginocchia. E a me me tocca un altro giro di lamentele...Con gli occhi ancora pieni di meraviglia, ed il sedere di dolori, si parte per El Calafate. Ci aspetta il Parque Nacional los Glacier, ma anche un ostello che puzza di piedi. In compenso c'è gente sveglia. La ragazza in camera nostra chiacchiera mentre prepara la valigia. Ci racconta di lei, di quando lavorava per l'intelligence del suo paese. Gli chiedo dove vai ora. A lavarmi i denti! Chiaro esempio di intelligence. Mentre Sara, che le vesciche ce le ha pure in testa, esplode come una bomba, tentando il mio notorio esercizio di apparente impassibilità. Per noi El Calafate significa tre cose. La prima perito moreno. Questo gigante di ghiaccio parte dalle Ande e si getta per chilometri nel lago argentino. I suoi suoni, i suoi colori. Di tanto in tanto rumori di tuono preannunciano pezzi di ghiaccio che si staccano e cadono in acqua. È uno spettacolo di emozioni tra meraviglia ed inquietudine, vedere un ghiacciaio sciogliersi sotto i tuoi occhi, accompagnato dall'entusiasmo isterico degli altri turisti. Nel frattempo Fabio, ramponando sul ghiacciaio, si gusta un pezzo di ghiaccio del 1500. Ancora non sa che sta scongelando nel suo corpo una peste di mezzo secolo fa, ma lo capirà in seguito. Per me e Sara El Calafate sono anche loro, dopo esserci lasciati col dubbio se spendere o no 20€ per un the dove passò Lady D nel 2000 qualcosa, ci troviamo di nuovo con i nostri amici di Milano. A cena Paolo mangia la sua crêpe jamon e queso, mentre Daniela sfoglia il suo quaderno di racconti russi, prima di chiudere in bellezza facendosi pungere da un'ape, tra parentesi l'unico esemplare della provincia. Ovviamente Paolo corre in suo aiuto, spingendo altri due ragazzi, a cena con noi, a soccorrere la moglie. Salutiamo Paolo e Daniela con il ricordo di questa ultima, imbarazzante scena! Comunque a me sembrava strano di passare più di due giorni con le Zie senza manco un tortellino. E infatti eccotele qua che mi fanno chiudere gli occhi, e quando li riapro......salami, parmiggiano, aceto balsamico della Franca, fatto in casa nel 1984. Quando io e Sara giravamo col pannolone, la Franca riempiva le botti! Si parte tutti insieme per Torres del Paine. Ricordo indimenticabile soprattutto per la quantità di mele che ho dovuto mangiare alla frontiera col Cile. E a me è andata bene, pensate a zia Franca, pronta a tracannare aceto balsamico, che poi per fortuna ci lasciano passare. Si parte da Puerto Natales, con questa specie di David Gnomo cileno a farci da guida. Barba, cappelletto di lana e occhiali da sole incorporati, passerà tre giorni a cantarci "Esatto! titiriritiriri!". Per chi avesse eliminato questo bel ricordo, si tratta di una canzone di Francesco Salvi. E sfortunatamente non è la parte più trash del suo repertorio. Per fortuna però, a parte i gusti musicali di merda, il nostro maestro patagonico ci guida entusiasta tra i sentieri di un parco meraviglioso. La patagonia cilena è forse anche più bella e selvaggia di quella argentina. Un sali e scendi di montagne tra laghi e guanaco si impossessa di noi, pronti a varcare le soglie della valle dei francesi, la base delle torri, ed il cimitero degli iceberg, una sorta di baia dove un vento a svariati chilometri orari trascina pezzi di morte dal ghiacciaio Grey. Il circuito W. Già al primo trekking mi innamoro de Los Cuernos. Vette di tre tipi di pietra diversi. La lava, infiltrandosi tra le roccie ai tempi della formazione delle Ande, si solidificò tra i diversi strati, donando a questi picchi una colorazione caratteristica. Di fronte ad essi il Paine Grande, la montagna più alta del parco. Paine significa montagna azzurra, è una parola Tehuelche, i quali le diedero un nome ma mai l'abitarono per paura degli spiriti. Mentre il maestro patagonico ci spiega i misteri del parco, l'ennesimo blocco di ghiaccio si stacca dalle pendici di ghiacciai che retrocedono di anno in anno e andranno a perdersi, inesorabilmente, metro dopo metro. Per farmi passare la tristezza ci preparano il cenone di fine anno, con un bancone di 10 metri di dolci. Li passo in rassegna uno per uno aspettando il nostro turno a cena, inagnara che gli altri ospiti li finiranno tutti. La collera mi spinge ad esigere un secondo pezzo di abbacchio in cambio. La signorina mi guarda come a dire "non si potrebbe fare il secondo giro di carne!". La guardo come a dire "damme sta costoletta, e movite pure!". E poi finiamo tutti a fare il trenino a mezzanotte, vestendo occhialoni e parrucche viola, tra coriandoli, trombette e..... sveglia alle 7 il mattino dopo. La salita alla base delle torri è ancora più dura de Los Tres. I chilometri gli stessi, la salita di più. Lo spettacolo però, uguale! una laguna di acqua gelida che riflette le tre torri, i picchi caratteristici del parco. Uno di essi porta il nome di un italiano, che riuscì nell'impresa di scalarlo per primo. Ne uscisse un quarto di picco, lo chiamerebbero Sara, in onore della sua impresa di arrivare in cima, ormai totalmente rivestita da un unica bolla d'acqua. Chiudiamo il nostro peregrinare nel parco con il ghiacciaio Grey, e quello che chiamiamo il cimitero degli iceberg. Tempo dei saluti. È il momento più triste del viaggio, queste donne per me, sono ormai come una famiglia. Le Zie e la Manu, che questi del nord si chiamano con l'articolo, si commuovono nel salutarmi, le loro lacrime mi lasciano qualcosa dentro. Ma anche fuori, tipo mele, barrette, parmigianini e.....aceto balsamico del 1984! E poi arriva il momento di Sara. Mi aspetto lo stesso trattamento, le stesse lacrime. Invece mi scarica sul bus, si gira di culo e se ne va felice e contenta, sognando la sua camera singola ed i pasti caldi di Iberia. Arrivederci amici, alla prossima avventura!


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