si inizia a salire seriamente...


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March 25th 2012
Published: March 25th 2012EDIT THIS ENTRY

Partiamo al mattino verso le 7,30, un po’ piu tardi del solito.La strada procede più o meno piana fino al villaggio di <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Vioto. Qui c’è un check point e ci registriamo; c’è anche un piccolo gompa (santuario buddhista) che visito. Ogni villaggio ne ha almeno uno, oltre a varie ruote di preghiera (in Nepali “Manè”), e a svariati stupa o comuni edicolette votive. La strada è molto dissestata, costellata di rocce aguzze. In realtà è in corso di costruzione, ogni 20 minuti troviamo gruppetti di 3/4 operai intenti a spaccare le pietre, qualche volta con l’aiuto di macchinari, il più delle volte a martello. Altrettanto spesso vediamo grosse pietre percorrere il sentiero sulle spalle di qualche minuto portatore.



Dopo circa 3 ore arriviamo a CHAME, uno dei principali villaggi della vallata. Anche questo è un villaggio gurung e le case hanno uno spiccato aspetto tibetano. Oltre ad un lungo Mane e ad un paio di stupa, resto incuriosito da un altro mane molto colorato e piazzato, come un piccolo mulino, vicino ad una cascatella che lo fa girare prepotentemente. A Chame c’è sia una sede del Partito Maoista che di quello Democratico (situati l’uno di fronte all’altro: ma in entrambe le sedi l’unica attività che vedo svolgere “politica” è quella di far seccare i funghi per terra nel cortiletto), un pittoresco ufficio bancario, e l’internet point! Ben 3 internet-cafè! Mi collego un attimo per leggere qualche e-mail. A Chame vivono i genitori di un caro amico di Rabi, che lui vuole giustamente andare a trovare, ed io vado con lui. Entriamo in una vecchia casa, al piano terra ci sono più anatre che persone, poi dal cortile interno con una scaletta di legno saliamo al primo piano. Qui un donnone vestito di rosso saluta affettuosamente Rabi e ci invita ad entrare. Dentro c’è anche il marito, molto gentile.



La casa è di due stanze. La prima è cucina-salotto. Tutto in legno, molto buia, con una stufetta a legna su cui fanno anche da mangiare.Sembra una cucina dei nostri contadini di 300 anni fa, si sta seduti su bassissimi sgabelli, mentre sulla parete opposta c’è una credenza di legno scuro ove sono riposte molte brocche, tazze e piatti luccicanti, insieme al fuoco l’unica luce della casa. L’altra stanza immagino sia quella da letto, ma è troppo buio per vederla. La signora è molto contenta della visita e ci cucina in quattro e quattr’otto un piattino di spaghetti saltati all’uovo, che divoro. Poi ci regala anche un po di preziosissimi “vermi-erba” (esistono anche in Cina con lo stesso nome) che lei stessa ha raccolto a 5.000 metri. Costano fino a 3 euro l’uno! Mentre guardo i particolari di quella cucina medioevale, Rabi mi sussurra: “<em style="mso-bidi-font-style: normal;">La casa dei miei genitori, a Chitwan è uguale”. Lo dice senza alcuna vergogna o tristezza, ma mi fa veramente molta tenerezza.



Poi mi racconta che i genitori del suo amico sono originari di tutt’altra zona del Nepal, ma come molti contadini intraprendenti stanno facendo, si sono trasferiti provvisoriamente in queste valli per lavorare nei vari cantieri – edili o stradali – ora aperti. Vivendo come topi, riescono a guadagnare molto di più. Rabi prova a telefonare al suo amico, ma quello ha il telefono spento. Ci congediamo, io lascio 300 rupie per mancia, come suggerito da Rabi e riprendiamo il cammino.



Pur senza grandi salite oggi sono piuttosto stanco e mi fermo spesso per rifiatare. I saliscendi sono parecchi e – pur modesti – mi fiaccano. A un certo punto, in mezzo ad un bosco di pini, vedo un ragazzo accovacciato che sta strofinando tra le mani alcune foglie di marijuana. Per tutto il camino infatti quest’erba cresce copiosa. Lui ci guarda e ci mostra le mani, completamente verdi. Ridendo spiega a Rabi che quella resina che ha sulle mani lui la farà seccare per un giorno….e voilà, il famoso “nero nepalese”. Le sue mani sono il primo anello della supply chain.



Attraversiamo un ponte sul fiume, e dopo una breve ma tostissima salita, ecco che dall’altro lato della vallata si apre uno scenario incredibile: la grande montagna di fronte a noi, completamente spoglia, completamente liscia e piegata ad anfiteatro…sembra un gigantesco scivolo, un’enorme curva sud li’ davanti a noi. Gigantesca e vicinissima. Mai visto niente del genere. Grandiosa e terribile allo stesso tempo: impossibile da salire se non in arrampicata libera. Finalmente, attraversando boschi di pini e radure che mi ricordano la Val Fiscalina (la visitai da bambino con i miei genitori ed il Mike), superiamo il portale di ingresso di <em style="mso-bidi-font-style: normal;">Pisang – 3.200 mt . Qui, in cima ad una ripida scalinata (!!) c’è la nostra guest-house. A differenza delle precedenti, che erano vuote, questa ha una forte presenza di trekkers: austriaci, baschi, francesi. Di fronte a noi, appollaiato in una collina di là dal fiume, tra campi di patate, granoturco e di fiori violetto, vi è il paese di Pisang e il suo colpo d’occhio è veramente magnifico, antiche case di pietra scura, da cui spuntano un gran numero di bandiere tibetane da preghiera, sullo sfondo di un’altissima montagna brulla.



Con Rabi – pur stanchissimi – lo andiamo a visitare, facendo un’altra scalinata stracca-gambe.



Il paesino è bellissimo, passato il tipico portale votivo d’ingresso, dopo le prime casette di pietra con le verande al primo piano di legno scolpito, ecco lo spiazzo principale con un lungo complesso di Mane – conto più di 120 ruote da preghiera. Alcuni anziani passano dalla piazza e li fanno girare con le mani. Usciamo poi dalla porta nord e vediamo un’altra Mane dentro la porta, il cui soffitto è riccamente affrescato con coloratissime immagini sacre. Una di queste Mane è parzialmente scoperchiata e notiamo che al suo interno sono stipati rotoli di scritture tibetane sacre, molto antiche parrebbero. Finalmente dopo aver visitato il gompa del villaggio (che però ha poche decine di anni) scendiamo alla Guest-House. Durante il tragitto – è ormai il tramonto – alcune donne che portano pesanti ceste di erbe, e camminano lentamente sospirando rosari in tibetano. Rabi mi spiega che i Gurung sono quasi tutti lambisti, molti di loro sono profughi dal Tibet nel ’59, comunque tutti parlano tibetano.I matrimoni misti con Hindù non sono così frequenti, ma ora capitano più spesso che non un tempo.



Distrutti, ceniamo nella gaia atmosfera della Guest-House, e poi ci ritiriamo a dormire.

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